Scrittura Virtuale | |
Certe Cose-Avevo l’impressione che qualcosa fosse cambiato nella mia vita, anche se non sapevo perché ed in che modo. E’ capitato tutto così, all’improvviso, che non avuto tempo di capire quanto eri importante per me, nonostante le solite incomprensioni, nonostante la consueta dialettica dei rapporti umani, figlio-genitore, nonostante sembrasse tutto molto scontato. Non c’è stato niente di scontato, e mai ci sarà nella vita. Solo il nostro modo d’essere appare così scontato, ma nel profondo del nostro cuore si dicono cose silenziose che non escono fuori. Non tutto quello che non si vede non esiste. Anche l’aria, che non appare, che si nasconde dentro e fuori i nostri respiri, che ci da vita e sostentamento, esiste.
Esiste il vento, che scuote come un prestigiatore case, alberi, foglie, persino i nostri pensieri. Eppure anch’esso sembra astratto. Esiste l’amore, un’arma tagliente dolce ed amara. Esso non ha forma, ne colore, ne una qualche altra consistenza sensibile. Eppure l’amore è in tutto quello che facciamo, il caffè la mattina, la carezza di una mano, un sospiro, un sogno, tutto quanto. E delle nostre emozioni non si parla mai. Eppure siamo invasi da una molteplicità di emozioni che mai e poi mai lasciano tregua. Esse sono i fili che ci conducono come burattini dove essi vogliono, senza una nostra lucida intenzione. Insomma, siamo vittime, vittime di cose che non hanno voce ma esistono. Eppure sentiamo che qualcosa non vada come vorremmo. Le parole ci nascondono dietro un muro che non vediamo, i silenzi invece parlano, ed urlano. Sembra scontato il mondo, con le sue contraddizioni, con il suo continuo intimare ad un senso del dovere necessario, sembra emblematico e senza un senso. In fondo il senso lo perdiamo continuando a chiederci il senso stesso di tutto.- -Toc toc- si sente bussare alla porta. Un tocco severo, come il rintocco della campana ogni mezz’ora, per scandire lo scorrere del tempo che a volte cerchiamo di nascondere.
-Non ho ancora finito- risponde lei, prontamente, tesa come la corda di un violino. -Non ho ancora finito. Vorrei non finire mai di parlare con te, assorto nel tuo sonno improvviso, perché ci sono cose che avrei sempre voluto dirti, cose che teniamo dentro, un po’ per orgoglio, un po’ per vergogna, un po’ perché nella vita impariamo a nascondere dentro tutte le cose più belle, come un gioiello meraviglioso che custodiamo gelosamente dentro ad una scatola, attenti a non esporlo alle intemperie e agli sguardi invidiosi e gelosi degli altri.. Avrei voluto non avere mai filtri, con te e anche con me stessa. Chiara e limpida come l’acqua, fredda e calda, a seconda dei momenti. Ecco, adesso mi chiamano, il tempo è scaduto. Tutto ha una scadenza, chissà perché. Il latte, le uova, le medicine, le scatolette del tonno, gli amori, le vite, proprio tutto. Chissà chi decide quando è perché le cose devono avere una scadenza. Sarebbe bello che ciascuno di noi avesse la facoltà di decidere tutto per se, ma forse non saremmo in grado di saper utilizzare tutto questo potere. Ed è un gioco questa vita, così aspra, ardua, altalenante, un gioco che sta a noi decidere come quando giocare, che ci dà giorno per giorno, nuove regole, nuovi vincoli, e solo crescendo si impara a giocare-. -E’ ora di andare- stride una voce antipatica dietro alla porta della stanzetta. C’è solo lei al suo interno. Un letto ed un uomo sdraiato.
-Vedi? C’è sempre qualcuno che ti dà delle scadenze, deve quantificare un tempo per fare tutto, perché tutto ha un tempo per esistere. Ma per certe cose conoscere questo tempo è un po’ come cercare la propria fine. Ora ti vogliono portare via da me, dalla mia vita, da tutto quello che è stato, tutto quello che sarebbe stato. Vorrei sapere chi ha deciso il tempo per te, perché proprio non mi spiego la causa di tutto. Vorrei sapere sempre il perché di ogni cosa, ma oggi non voglio chiedermelo. Sarebbe un ulteriore dolore. Vorrei che tutto fosse solo un incubo, la vita a volte appare come un incubo, un incubo terribile, che fa paura, che ci rende fragili, deboli. Ma la vita è proprio questa; svegliarsi dagli incubi. Il nostro cammino, per quanto incerto e insidioso, riserva sempre motivi di sollievo, come oasi nel deserto dopo un’estenuante camminata tra le dune sotto il sole infuocato. E sono questi i momenti in cui si pensa alla vita. Quando la vita svanisce tutto sembra svanire, la ragione, le forze, la felicità, tutto quanto. Sono i momenti in cui comincia una nuova vita, una vita diversa, scossa. Ora non so che fare, posso solo piangere e provare a superare il dolore. Non sarà facile, non sono ancora pronta per queste cose. Essere giovani vuol dire fingere di essere grandi sapendo di essere protetti dalla propria famiglia. Anche se mi rifiutavo di pensarlo, sapevo che era così. Anche tu lo sapevi, e fingevi indifferenza-. Si apre la porta, entra una donna, visibilmente scossa, il trucco degli occhi spalmato sulle guance dalle lacrime. Si siede accanto a lei, davanti al lettino. -Dobbiamo andare- dice la donna. -Si mamma- dice lei. -Hai detto tutto?- -Perché certe cose si dicono solo adesso?- chiede lei, mentre la donna l’abbraccia. -Perché non sappiamo comunicare. Noi esseri umani siamo l’unica specie che può usare le parole, eppure siamo celebri per la nostra cattiva comunicazione. E a volte preferiamo la compagnia degli animali, perché loro sembrano comunicare meglio le loro emozioni- -Hai ragione mamma. Forse saper usare le parole ci rende superficiali proprio nell’usare le parole stesse. E certe cose non si dicono mai. Perché è struggente il rammarico di non aver mai detto certe cose alle persone che si vogliono bene, e le si dicono solo quando queste non ci sono più.- -Si, ma quelle cose non hanno bisogno di essere dette. Le si sente col cuore.- -Non ricordo quando è stata l’ultima volta che io gli abbia detto la parola “grazie” o “ti voglio bene”. Avrei voluto dirglielo ogni giorno.-
-Non ce n’era bisogno. Lo sapeva. Come lo so anche io. Solo nei film si dicono certe cose con facilità. Non sono cose semplici. Basta provarle.- -Si mamma. E adesso che facciamo, noi due sole?- -Abbiamo una vita da vivere davanti. Questo è un macingo pesante su di noi. Ma dobbiamo essere forti e camminare. Ci stancheremo, ci sfiniremo, ma non ci lasceremo schiacciare.- -Mamma voglio dirti che ti voglio bene, prima che mi penta di non avertelo detto- -Non ce bisogno che tu me lo dica. Lo so e non c’è niente che possa farmelo dimenticare- -Anche papà lo sapeva?- -Ma certo, e sa adesso che tu stai soffrendo per lui. Non vuole che tu soffra, sarà con te sempre, nel tuo corpo, nella tua mente, nel tuo cuore. Non c’è bisogno che tu gli dica quello che si sa già.- -Le parole a volte sono così pesanti- -Si, ma una volta dette sono leggere come l’aria. E’ sola una nostra impressione- -Mamma, perché? Perché proprio a lui, a noi. Perché?- -Cara, non chiederti il perché di ogni cosa. Certe cose non si possono prevedere, si sa che prima o poi accadranno, noi ci illudiamo di non vederle ma esistono. Pensiamo che sono cose che appartengono solo agli altri, non ce ne rendiamo conto fino a quando non accadono. Oggi è toccato a noi. Non c’è un perché preciso- -Che farai tu?- -Cosa devo fare? La vita ci darà altre soddisfazioni. Ora è troppo grande il dolore per cominciare a vedere qualcosa oltre l’orizzonte. Tutto sembra buio, tetro. Ma dopo la notte c’è sempre un nuovo giorno. Dobbiamo essere forti, sempre più forti. Niente sarà più come prima. La vita ci insegna questo ,ogni giorno sempre di più- -Dobbiamo essere forti, mamma. Non siamo mai forti abbastanza- -Abbastanza per superare tutto- -Abbastanza per stare bene e stare male- -Adesso andiamo, è ora di salutarlo- La donna si alza, si avvicina al corpo disteso, si avvicina al suo orecchio, biascica qualcosa, come un segreto che lui porterà per sempre con se. -Solo un minuto- dice lei, come se quel minuto fosse il sollievo. -Solo un minuto- risponde la donna, ed esce. Lei si avvicina a lui, lo guarda da vicino -Non ti ho mai visto da così vicino. Certe cose non si vedono-. Quindi si avvicina al suo orecchio, e anche lei sembra confidargli qualcosa. Il volto dell’uomo sembra accennare un sorriso, ma forse è solo un impressione. -Ciao papà. Sarai sempre uno dei nostri.- Quindi va via chiudendo la porta. Una lacrima che scende è solo un modo per comunicare le cose che non si sono riuscite a dire. Ma certe cose non si possono prevedere, sopportare, concepire, dimenticare. No, non si può dimenticare. Solo il dolore si può dimenticare ma non l’affetto. Certe cose non svaniranno mai, ma saranno eterne. Ringo
12:56 AM, Wednesday 28 February 2007
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Quando, ad una certa età ti si chiede, cosa ti ricordi del paese dove sei cresciuto, rimarrei un attimo in silenzio a pensare. Alcuni luoghi particolari, i film che faccio, le persone che hai incontrato, i posti imboscati con le fanciulle da adolescente e poi quando si è via via cresciuti, e i personaggi. Ogni paese ha i suoi personaggi. Ho scritto un racconto su un personaggio che è e rimarrà sempre nella mia memoria. Quando qualcuno mi chiederà di ricordare qualcosa del paese dove sono cresciuto, risponderò: RINGO. Ringo è un personaggio che ho raccontato nel post del 14 novembre 2006. Ringo era un personaggio reale. Ringo è morto proprio due giorni fa, aveva 67 anni. Me lo ricorderò sempre con il suo cappello nero in testa e quel senso di solitudine, inquietudine, e simpatica goffaggine che generava al suo passaggio. Spesso con la sua bici, barcollando per la strada, con il rischio di essere investito. Sui manifesti funebri ho scoperto il suo vero nome, ma non importa. Lui era e sarà sempre Ringo, un personaggio che rimarrà nella mia memoria, che inconsciamente ho celebrato in uno dei suoi racconti, di cui lui saprà mai di esserne protagonista. Pace all'anima sua.....finalmente.
Voyeur - Capitolo 1 - seconda e ultima parte
Salutò tutti e se ne uscì da sola, nel mezzo di quel paesino a lei sconosciuto di provincia. Professoressa, c’è una macchina che sta per portarla all’aeroporto, urlò un tizio. Grazie mille, ma voglio fare due passi, prendo un taxi più tardi, non vi preoccupate, disse lei voltandosi e rassicurando il tizio che si era un po’ preoccupato. Scusi se insisto, ma è tardi, fa freddo, non c’è nessuno in giro, insistette il tizio. Scusi se rifiuto, ho voglia di fare due passi, non si preoccupi, prendo un taxi, grazie, concluse lei. Quindi si incamminò per il paesino di provincia sconosciuto.
Il rumore dei tacchi rimbombava attorno a lei, stretta tra i vicoletti del centro storico. Osservava l’ombra del suo corpo spostarsi a destra e a sinistra, o forse era l’ombra a osservare lei. Farian camminava, lasciando sciogliere lentamente i pensieri, le preoccupazioni, lo stress. Si soffermava sui dettagli; un balcone particolare, la vetrina di un negozio di scarpe, e soprattutto i manifesti affissi. Passava diversi minuti ad osservare i manifesti. Quelli che annunciavano le attività di quella graziosa comunità, quelle funerarie, dal quale faceva riflessioni circa l’età media delle persone defunte, il sesso, il nome, il cognome, il viso. Pensava a quel viso che ora sarà solo un piccolo riquadro immortalato chissà quanto tempo fa, messo a disposizione dei soliti voyeur, che non si stancano di guardare. Farian si rifiutò di guardare in faccia il volto di sua madre sul letto di morte, per ricordarla sempre viva, e a fatica mostra sue fotografie. Le fotografie le davano il magone allo stomaco, un senso di nostalgia, di perdita, di quella sfottuta inesorabilità del tempo che passa e si porta via dietro tutto, come la lava che scende dal vulcano a valle, cancellando tutto. Osservava i panni stesi con cura dalle donne del paese su alcuni balconi. Lei non aveva nemmeno il tempo di occuparsi del lavaggio dei suoi vestiti. In cura dalla solita maledetta lavanderia sotto casa.
Le luci dei paesi sconosciuti sono particolari, per chi le osserva per la prima volta. Danno un senso di tranquillità, di calma serafica, di genuinità. Chissà che persona sarei se vivessi qui, si chiedeva spesso quando passeggiava come ora negli altri paesini. Sarei diversa, forse più felice, o forse sono già felice adesso, o forse non sarò mai felice perché non so cos’è la felicità, o forse la felicità è solo una meta illusoria per farci avere uno scopo, una ricerca di un qualcosa, un’attesa. Poi quel qualcosa dura un attimo, spesso non me ne accorgo, perché non sono in grado di accorgermi più di niente, perché sono distratta, la vita mi insegna a distrarmi di continuo, per non pensare, e tutto mi scorre dietro e l’osservo, ancora per poco, dimenticandomi di tutto, perché nel frattempo ho già altro che mi passa per la mente. Se solo fossi in grado di vivere l’istante e non altri tempi, remoti o futuri, forse, chi lo sa, sarei più felice, o qualcosa del genere. Comunque sto paese non è più interessante, mi dà noia. E ora dove lo trovo un taxi.
Farian si incammina alla ricerca di qualcosa in grado di portarla all’aeroporto. Tra un paio d’ore ha il suo volo per tornare a casa. Alla libreria non può più tornare, per non fare brutte figure. Il paese non era molto popolato di sera. Scusi, un taxi, chiese ad un passante. Non lo so, forse non ci sono taxi qui. Bene, cioè male, e ora che faccio, qui da sola. Se chiedessi alla libreria qualcuno di sicuro mi porterebbe dritta all’aeroporto, Ma no, non mi pare il caso. Cerchiamo un autobus, ci sarà un autobus in sto cazzo di paese. Scusi, la fermata dell’autobus, chiese ad un altro passante. In fondo alla strada, ma forse non ce ne sono più. Che palle, non c’è proprio niente qui. Farian cammina a caso per il paese in attesa di una qualche idea su come sparire di lì. La soluzione era semplice, forse troppo semplice, a lei le cose semplici non piacevano, amava complicarsele, per sentire più sollievo nell’averle affrontate e dominate. Farian era una dominatrice della vita, della sua e di quella degli altri. E forza di dominare era finito per non avere più niente da dominare, se non se stessa e il suo stesso essere dominante. In lontananza legge la scritta "Gran Hotel Italia". Almeno quello ce l’hanno, pensa, e così, senza esitare, vi si dirige. Voyeur - Capitolo 1 - Parte 1 di 2
A microfono spento Farian fa un sospiro di sollievo. Anche quella fastidiosa e inutile serata era conclusa. Grazie di tutto professoressa, le disse una sorridente e tenera ragazza, che aveva appena concluso di moderare l’incontro. Grazie a voi per avermi invitata, risponde lei, ricambiando sorriso e gentilezza. Raccoglie i suoi fogli e la valigetta di pelle nera quando un gruppetto di ammiratori la sopraggiungono chiedendole un suo autografo sul libro appena acquistato. Per favore una dedica professoressa, dice uno. Certo, risponde lei, e comincia una di quelle frasi di circostanza, la sola ed unica frase raccolta dal manuale delle frasi di una donna ad uno sconosciuto. Mentre scrive gli viene in mente che davanti a tutta quella gente lei era l’unica a non conoscere niente e nessuno, mentre al contrario ciascuno di loro, per mezzo della magia della carta, sapeva tutto di lei.
Cominciò a sentirsi in imbarazzo, come nuda, spogliata pagina per pagina dai suoi lettori. Per loro ecco in persona l’artefice della magia, di quelle ore passate virtualmente assieme a lei vivendo attraverso le sue parole, quei momenti un po’ casuali che scorrono dentro e lasciano il segno. Loro l’avevano conosciuta chi da poco tempo, chi dagli inizi della sua carriera, chi in quel momento. Loro sentivano di avere con lei una relazione di qualche tipo, mentale, sessuale, spirituale, qualcosa di molto più di una frase si di un libro e una stretta di mano. Davanti a loro c’era una donna, poco più che quarantenne, bella e affascinante; solo una donna come tante altre che si vedono di passaggio una volta per caso nella vita, ignorando delle reciproche esistenze. Dinnanzi a loro dunque solo una donna e un complesso ideale accostamento tra quel volto timido e imbarazzato e quel marasma variopinto di parole, di nudità velata, di emozioni, di suggestione. In quel preciso momento la carta aveva finalmente un volto oltre che un nome in prima pagina. Ma era poi così importante dare un volto a tutto questo? Il suo nome, chiese lei, Josè, risponde un ragazzo. Compila l’ennesima pagina bianca, inserita appositamente dagli scaltri editori, la pagina inutile, che in un attimo vanifica quel rapporto delicato ed intenso che deve esistere e rimanere misterioso. Grazie, disse lui contento. In fondo rimane sempre una gioia incontrare l’involucro di quella voce gentile che accoglie le sue letture, quella a cui sempre desideriamo dare un volto, che poi solamente disincanta, quella voce che alimenta quel vento caldo, quel respiro tranquillo, quell’aurea magica e perfetta attraverso il corpo e la mente. Ora rimane una frase, una firma, un viso fugace, un dolce ricordo, un libro, decine di pagine, e poi di nuovo quella graziosa vocina narrante.
In tutto questo lei era come smarrita, forse un po’ consapevole che quell’incontro toglieva quel velo di atmosfera, di vicinanza intellettuale, di scambio di emozioni. Quell’incontro era un ossimoro. Generava un solco, una separazione che proprio la distanza aveva unito cerebralmente. Forse la magia, l’essenza stessa delle cose dette, lette e scritte, appartiene alle cose non-materiali, non-corporali, alle non-cose. Ossimoro. Mistificazione. Lei sa tutto. E rimane nel suo imbarazzo consapevole, sperando di scacciare quella fastidiosa coscienza che appesantiva di molto le situazioni più delicate. Intanto di tutto questo marasma nessuno pareva accorgersene. Farian si ritrovava in una piccola libreria di provincia, senza più le sue vesti, nuda e pura, così com’è. Dentro la sua stanza, Farian è tutto quello che poi si perde nelle cose materiali. Ed ora mostra le sue nudità, facendone addirittura un business, una banderuola da sventolare. Ad uno ad uno incontra gli occhi dei suoi lettori, sentendosi addosso una colpa che non ha, una sorta di pentimento, l’aver rotto un incantesimo, un rapporto nascosto, tacito, a distanza, una distanza infinita, un amore non corrisposto. Lei fa l’amore con le sue parole. Loro con le sue nudità. Il tutto attraverso una forma più o meno tacita e inconsapevole. Forse l’avere un’ulteriore rapporto personale, in via del tutto esclusivo, può esplicare queste motivazioni.
In tutta la distanza che separa gli uni dagli altri c’è una tacita e consapevole comprensione ed incomprensione, mescolati tutt’uno in una poltiglia mista che comprende entrambi gli ingredienti in ogni occasione. Avrei preferito essere altrove stasera, pensava, anche se tutto, la sua vita, il suo tempo, le sue relazioni, tutto faceva parte di quel mestiere, quello della scrittrice, che lei stessa si era scelto. E ben presto aveva capito che scrivere era la cosa più semplice nella lunga filiera del mestiere della scrittrice. Quella sera avrebbe potuto ricucire i rapporti sempre più logori e disastrosi con Maximo, suo marito, o magari avrebbe potuto farsi scaldare tra le braccia di Alfonso, suo amico di letto, o molto più semplicemente avrebbe potuto godersi il sollievo della sua poltrona davanti alla televisione con una tazza di caffè. Farian aveva bisogno di equilibrio, ma tutto, proprio tutto di lei e della sua vita sembrava viaggiare su delle linee sottili senza direzioni e intermittenti. Non aveva avuto molti giorni liberi dall’uscita del suo libro e la casa editrice le aveva riempito l’agenda di quei noiosi ed imbarazzanti incontri sparsi per la nazione. Aveva bisogno di staccare quel procedere in quella caotica e sadica follia ragionata che la rinchiudeva in un tunnel di viaggi, folle, strette di mano, dediche, firme, imbarazzi continui.
Microcosmo - terza e ultima parte
Sorrideva, perchè pensava che anche lui faceva parte, a modo suo, di quella schiera di personaggi di quel bar chiamato microcosmo. Immaginava un altro, fare di lui un personaggio, un quotidiano attore, visto dagli occhi di un’osservatore che osserva i suoi movimenti, i suoi vezzi, le sue abitudini, come lui faceva con Ringo e con tutti gli altri. Pensava a cosa potevano dire di lui.
-Quello strano tizio, al solito tavolo, con la solita limonata, che guarda, scruta, origlia, scrive. Chissà cosa scrive. Chissà cosa diavolo scrive. Sarà per caso un poeta, uno scrittore, oppure un giornalista, o una spia. Può essere chiunque quel tipo lì.- Lui era uno dei tanti, ed in fondo non gli importava chi potesse essere per loro. Lui ero uno di loro, uno di quei teatranti. Passeggiava e pensava alla giornata. Quindi osservava i passanti. Pensava che fossero proprio belli i passanti nelle loro serene e quotidiane semplici azioni. C’è il signore con la barba che taglia l’erba, il primo lunedi del mese ed ogni mercoledi annaffia i fiori colorati dentro le vasche del centro. C’è quello strano tizio seduto, che Lui vedeva ogni giorno, sempre lì, ad osservare compiaciuto passare i passanti, come sovente anche a lui capitava di fare. Accanto quella vecchia e malconcia bicicletta. Ogni tanto boffonchia qualcosa da solo. Era sempre lì, lungo quella strada, ad occupare la solita panchina. Ad una qualunque ora Lui passasse di là lui era al suo posto, come se ogni giorno quell’attore inscenasse quella sua personalissima parte.
C’era il panettiere, il libraio, c’èra la vecchia con il carrellino della spesa che si dirige al mercato. Ci sono i ragazzini che transitano a gruppi felici e spensierati. Ci sono le auto, dannate auto, che passano e ripassano senza sosta. C’è il ronzio assordante dei motorini, la camionetta con l’inserviente che raccoglie l’immondizia. Sembra una bella scena di un film, dove ogni comparsa è al suo posto a fare la sua singola e studiata parte. Una complessa composizione. Anche quella strada era un microcosmo, differente da quello del bar, ma ugualmente interessante. Si fermò ad una panchina e scrisse tutte queste cose sul suo tacquino. La gente che passa pensa -chissa cosa scrive questo!!-. Che impicciona la gente, così impegnata ad occuparsi delle cose altrui, e di tutto al di fuori che di se stessi. Scrisse anche questo.
La sera aprì il tacquino, come faceva ogni sera. Quel tacquino chiamato microcosmo, la visione innocente di un uomo attraverso una moltitudine infinita di microcosmi. Rileggeva, rifletteva, aspettava il solito appuntamento. A volte arrivava, a volte no. Ma a lui non importava. Era contento così. Nel frattempo beveva la sua limonata e si affacciava alla finestra, come ogni sera. Era bello guardare la notte, quello strano ed affascinante microcosmo notturno. Il silenzio, un respiro lento e gentile, sgombero dal peso ingombrante di presenze umane. Ecco Ringo, da solo e, come al solito, ubriaco. Imprecava contro qualcuno, o forse contro se stesso, o la parte di sè che in quel momento diventava un interlocutore distinto e distante. Era la sua parte. Uno dei personaggi di quei microcosmi racchiuso nel suo tacquino. Lui sorrise amaramente, con un pò di pena. Avrebbe voluto fare qualcosa per lui. Ma forse lui ero contento così. O forse Lui non aveva alcun diritto a fare qualcosa. Era semplicemente spettatore, affacciato a quella finestra chiamato microcosmo. Osservando il cielo rivedeva inscenate le azioni quotidiane raccolte. Normalmente era quello il luogo degli appuntamenti. E Lui lì aspettava. Fantasticava, muoveva a suo piacimento quei suoi personaggi.
Poi a volte si soffermava davanti a quel tacquino e scriveva. L’appuntamento era andato a buon fine. Anche lì, in quei momenti, accadeva qualcosa, come ogni giorno al solito bar e nella strada affollata del centro. Tutto in fin dei conti è una moltitudine di microcosmi. Nel frattempo tutto si congedava lentamente, fino all’arrivo del nuovo giorno. Anche lui fece altrettanto. Si chiedeva ogni volta se quella notte avrebbe sognato. Aspettava ogni notte. A volte arrivava, a volte no. Si aspetta sempre qualcosa, che a volta arriva, e a volte no. Forse siamo ad andare incontro fingendo un appuntamento che non esiste. Forse le attese, gli appuntamenti, sono solo un pretesto. Siamo noi ad andare incontro, ad entrare e ad uscire da ogni microcosmo, in rapida successione, senza quasi accorgersene. Ma aspettiamo, lui aspettava, tutti aspettano sempre qualcosa. Si aspetta un inizio, una fine, un appuntamento, il giorno dopo. Si aspetta qualcosa che non si conosce nemmeno. Fa comodo aspettare. Ogni momento era un attesa, un parto che a volte arrivava e a volte no. Anche Ringo aspettava qualcosa. Ed è tutto come un balletto, un ennesimo giro di valzer, qualcosa di continuo e interminabile chiamato microcosmo. Dentro cui ogni cosa appartiene. Ogni singola cosa.
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