Scrittura Virtuale | |
Microcosmo - terza e ultima parte
Sorrideva, perchè pensava che anche lui faceva parte, a modo suo, di quella schiera di personaggi di quel bar chiamato microcosmo. Immaginava un altro, fare di lui un personaggio, un quotidiano attore, visto dagli occhi di un’osservatore che osserva i suoi movimenti, i suoi vezzi, le sue abitudini, come lui faceva con Ringo e con tutti gli altri. Pensava a cosa potevano dire di lui.
-Quello strano tizio, al solito tavolo, con la solita limonata, che guarda, scruta, origlia, scrive. Chissà cosa scrive. Chissà cosa diavolo scrive. Sarà per caso un poeta, uno scrittore, oppure un giornalista, o una spia. Può essere chiunque quel tipo lì.- Lui era uno dei tanti, ed in fondo non gli importava chi potesse essere per loro. Lui ero uno di loro, uno di quei teatranti. Passeggiava e pensava alla giornata. Quindi osservava i passanti. Pensava che fossero proprio belli i passanti nelle loro serene e quotidiane semplici azioni. C’è il signore con la barba che taglia l’erba, il primo lunedi del mese ed ogni mercoledi annaffia i fiori colorati dentro le vasche del centro. C’è quello strano tizio seduto, che Lui vedeva ogni giorno, sempre lì, ad osservare compiaciuto passare i passanti, come sovente anche a lui capitava di fare. Accanto quella vecchia e malconcia bicicletta. Ogni tanto boffonchia qualcosa da solo. Era sempre lì, lungo quella strada, ad occupare la solita panchina. Ad una qualunque ora Lui passasse di là lui era al suo posto, come se ogni giorno quell’attore inscenasse quella sua personalissima parte.
C’era il panettiere, il libraio, c’èra la vecchia con il carrellino della spesa che si dirige al mercato. Ci sono i ragazzini che transitano a gruppi felici e spensierati. Ci sono le auto, dannate auto, che passano e ripassano senza sosta. C’è il ronzio assordante dei motorini, la camionetta con l’inserviente che raccoglie l’immondizia. Sembra una bella scena di un film, dove ogni comparsa è al suo posto a fare la sua singola e studiata parte. Una complessa composizione. Anche quella strada era un microcosmo, differente da quello del bar, ma ugualmente interessante. Si fermò ad una panchina e scrisse tutte queste cose sul suo tacquino. La gente che passa pensa -chissa cosa scrive questo!!-. Che impicciona la gente, così impegnata ad occuparsi delle cose altrui, e di tutto al di fuori che di se stessi. Scrisse anche questo.
La sera aprì il tacquino, come faceva ogni sera. Quel tacquino chiamato microcosmo, la visione innocente di un uomo attraverso una moltitudine infinita di microcosmi. Rileggeva, rifletteva, aspettava il solito appuntamento. A volte arrivava, a volte no. Ma a lui non importava. Era contento così. Nel frattempo beveva la sua limonata e si affacciava alla finestra, come ogni sera. Era bello guardare la notte, quello strano ed affascinante microcosmo notturno. Il silenzio, un respiro lento e gentile, sgombero dal peso ingombrante di presenze umane. Ecco Ringo, da solo e, come al solito, ubriaco. Imprecava contro qualcuno, o forse contro se stesso, o la parte di sè che in quel momento diventava un interlocutore distinto e distante. Era la sua parte. Uno dei personaggi di quei microcosmi racchiuso nel suo tacquino. Lui sorrise amaramente, con un pò di pena. Avrebbe voluto fare qualcosa per lui. Ma forse lui ero contento così. O forse Lui non aveva alcun diritto a fare qualcosa. Era semplicemente spettatore, affacciato a quella finestra chiamato microcosmo. Osservando il cielo rivedeva inscenate le azioni quotidiane raccolte. Normalmente era quello il luogo degli appuntamenti. E Lui lì aspettava. Fantasticava, muoveva a suo piacimento quei suoi personaggi.
Poi a volte si soffermava davanti a quel tacquino e scriveva. L’appuntamento era andato a buon fine. Anche lì, in quei momenti, accadeva qualcosa, come ogni giorno al solito bar e nella strada affollata del centro. Tutto in fin dei conti è una moltitudine di microcosmi. Nel frattempo tutto si congedava lentamente, fino all’arrivo del nuovo giorno. Anche lui fece altrettanto. Si chiedeva ogni volta se quella notte avrebbe sognato. Aspettava ogni notte. A volte arrivava, a volte no. Si aspetta sempre qualcosa, che a volta arriva, e a volte no. Forse siamo ad andare incontro fingendo un appuntamento che non esiste. Forse le attese, gli appuntamenti, sono solo un pretesto. Siamo noi ad andare incontro, ad entrare e ad uscire da ogni microcosmo, in rapida successione, senza quasi accorgersene. Ma aspettiamo, lui aspettava, tutti aspettano sempre qualcosa. Si aspetta un inizio, una fine, un appuntamento, il giorno dopo. Si aspetta qualcosa che non si conosce nemmeno. Fa comodo aspettare. Ogni momento era un attesa, un parto che a volte arrivava e a volte no. Anche Ringo aspettava qualcosa. Ed è tutto come un balletto, un ennesimo giro di valzer, qualcosa di continuo e interminabile chiamato microcosmo. Dentro cui ogni cosa appartiene. Ogni singola cosa.
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