Scrittura Virtuale | |
Voyeur - Capitolo 1 - seconda e ultima parte
Salutò tutti e se ne uscì da sola, nel mezzo di quel paesino a lei sconosciuto di provincia. Professoressa, c’è una macchina che sta per portarla all’aeroporto, urlò un tizio. Grazie mille, ma voglio fare due passi, prendo un taxi più tardi, non vi preoccupate, disse lei voltandosi e rassicurando il tizio che si era un po’ preoccupato. Scusi se insisto, ma è tardi, fa freddo, non c’è nessuno in giro, insistette il tizio. Scusi se rifiuto, ho voglia di fare due passi, non si preoccupi, prendo un taxi, grazie, concluse lei. Quindi si incamminò per il paesino di provincia sconosciuto.
Il rumore dei tacchi rimbombava attorno a lei, stretta tra i vicoletti del centro storico. Osservava l’ombra del suo corpo spostarsi a destra e a sinistra, o forse era l’ombra a osservare lei. Farian camminava, lasciando sciogliere lentamente i pensieri, le preoccupazioni, lo stress. Si soffermava sui dettagli; un balcone particolare, la vetrina di un negozio di scarpe, e soprattutto i manifesti affissi. Passava diversi minuti ad osservare i manifesti. Quelli che annunciavano le attività di quella graziosa comunità, quelle funerarie, dal quale faceva riflessioni circa l’età media delle persone defunte, il sesso, il nome, il cognome, il viso. Pensava a quel viso che ora sarà solo un piccolo riquadro immortalato chissà quanto tempo fa, messo a disposizione dei soliti voyeur, che non si stancano di guardare. Farian si rifiutò di guardare in faccia il volto di sua madre sul letto di morte, per ricordarla sempre viva, e a fatica mostra sue fotografie. Le fotografie le davano il magone allo stomaco, un senso di nostalgia, di perdita, di quella sfottuta inesorabilità del tempo che passa e si porta via dietro tutto, come la lava che scende dal vulcano a valle, cancellando tutto. Osservava i panni stesi con cura dalle donne del paese su alcuni balconi. Lei non aveva nemmeno il tempo di occuparsi del lavaggio dei suoi vestiti. In cura dalla solita maledetta lavanderia sotto casa.
Le luci dei paesi sconosciuti sono particolari, per chi le osserva per la prima volta. Danno un senso di tranquillità, di calma serafica, di genuinità. Chissà che persona sarei se vivessi qui, si chiedeva spesso quando passeggiava come ora negli altri paesini. Sarei diversa, forse più felice, o forse sono già felice adesso, o forse non sarò mai felice perché non so cos’è la felicità, o forse la felicità è solo una meta illusoria per farci avere uno scopo, una ricerca di un qualcosa, un’attesa. Poi quel qualcosa dura un attimo, spesso non me ne accorgo, perché non sono in grado di accorgermi più di niente, perché sono distratta, la vita mi insegna a distrarmi di continuo, per non pensare, e tutto mi scorre dietro e l’osservo, ancora per poco, dimenticandomi di tutto, perché nel frattempo ho già altro che mi passa per la mente. Se solo fossi in grado di vivere l’istante e non altri tempi, remoti o futuri, forse, chi lo sa, sarei più felice, o qualcosa del genere. Comunque sto paese non è più interessante, mi dà noia. E ora dove lo trovo un taxi.
Farian si incammina alla ricerca di qualcosa in grado di portarla all’aeroporto. Tra un paio d’ore ha il suo volo per tornare a casa. Alla libreria non può più tornare, per non fare brutte figure. Il paese non era molto popolato di sera. Scusi, un taxi, chiese ad un passante. Non lo so, forse non ci sono taxi qui. Bene, cioè male, e ora che faccio, qui da sola. Se chiedessi alla libreria qualcuno di sicuro mi porterebbe dritta all’aeroporto, Ma no, non mi pare il caso. Cerchiamo un autobus, ci sarà un autobus in sto cazzo di paese. Scusi, la fermata dell’autobus, chiese ad un altro passante. In fondo alla strada, ma forse non ce ne sono più. Che palle, non c’è proprio niente qui. Farian cammina a caso per il paese in attesa di una qualche idea su come sparire di lì. La soluzione era semplice, forse troppo semplice, a lei le cose semplici non piacevano, amava complicarsele, per sentire più sollievo nell’averle affrontate e dominate. Farian era una dominatrice della vita, della sua e di quella degli altri. E forza di dominare era finito per non avere più niente da dominare, se non se stessa e il suo stesso essere dominante. In lontananza legge la scritta "Gran Hotel Italia". Almeno quello ce l’hanno, pensa, e così, senza esitare, vi si dirige. Lascia un commento { Last Page } { Page 3 of 9 } { Next Page } |
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