Scrittura Virtuale

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Voyeur - Capitolo 1 - seconda e ultima parte

07:36 PM, Monday 27 November 2006 .. Posted in Romanzo : Voyeur .. 0 commenti .. Link

 

Salutò tutti e se ne uscì da sola, nel mezzo di quel paesino a lei sconosciuto di provincia.

Professoressa, c’è una macchina che sta per portarla all’aeroporto, urlò un tizio.

Grazie mille, ma voglio fare due passi, prendo un taxi più tardi, non vi preoccupate, disse lei voltandosi e rassicurando il tizio che si era un po’ preoccupato.

Scusi se insisto, ma è tardi, fa freddo, non c’è nessuno in giro, insistette il tizio.

Scusi se rifiuto, ho voglia di fare due passi, non si preoccupi, prendo un taxi, grazie, concluse lei.

Quindi si incamminò per il paesino di provincia sconosciuto.

 

                                           

 

Il rumore dei tacchi rimbombava attorno a lei, stretta tra i vicoletti del centro storico. Osservava l’ombra del suo corpo spostarsi a destra e a sinistra, o forse era l’ombra a osservare lei.

Farian camminava, lasciando sciogliere lentamente i pensieri, le preoccupazioni, lo stress. Si soffermava sui dettagli; un balcone particolare, la vetrina di un negozio di scarpe, e soprattutto i manifesti affissi. Passava diversi minuti ad osservare i manifesti. Quelli che annunciavano le attività di quella graziosa comunità, quelle funerarie, dal quale faceva riflessioni circa l’età media delle persone defunte, il sesso, il nome, il cognome, il viso. Pensava a quel viso che ora sarà solo un piccolo riquadro immortalato chissà quanto tempo fa, messo a disposizione dei soliti voyeur, che non si stancano di guardare. Farian si rifiutò di guardare in faccia il volto di sua madre sul letto di morte, per ricordarla sempre viva, e a fatica mostra sue fotografie. Le fotografie le davano il magone allo stomaco, un senso  di nostalgia, di perdita, di quella sfottuta inesorabilità del tempo che passa e si porta via dietro tutto, come la lava che scende dal vulcano a valle, cancellando tutto.

Osservava i panni stesi con cura dalle donne del paese su alcuni balconi. Lei non aveva nemmeno il tempo di occuparsi del lavaggio dei suoi vestiti. In cura dalla solita maledetta lavanderia sotto casa.

 

                                               

 

Le luci dei paesi sconosciuti sono particolari, per chi le osserva per la prima volta. Danno un senso di tranquillità, di calma serafica, di genuinità.

Chissà che persona sarei se vivessi qui, si chiedeva spesso quando passeggiava come ora negli altri paesini.

 

Sarei diversa, forse più felice, o forse sono già felice adesso, o forse non sarò mai felice perché non so cos’è la felicità, o forse la felicità è solo una meta illusoria per farci avere uno scopo, una ricerca di un qualcosa, un’attesa. Poi quel qualcosa dura un attimo, spesso non me ne accorgo, perché non sono in grado di accorgermi più di niente, perché sono distratta, la vita mi insegna a distrarmi di continuo, per non pensare, e tutto mi scorre dietro e l’osservo, ancora per poco, dimenticandomi di tutto, perché nel frattempo ho già altro che mi passa per la mente. Se solo fossi in grado di vivere l’istante e non altri tempi, remoti o futuri, forse, chi lo sa, sarei più felice, o qualcosa del genere.

Comunque sto paese non è più interessante, mi dà noia. E ora dove lo trovo un taxi.

 

                                               

 

Farian si incammina alla ricerca di qualcosa in grado di portarla all’aeroporto. Tra un paio d’ore ha il suo volo per tornare a casa. Alla libreria non può più tornare, per non fare brutte figure.

Il paese non era molto popolato di sera.

 

Scusi, un taxi, chiese ad un passante.

Non lo so, forse non ci sono taxi qui.

Bene, cioè male, e ora che faccio, qui da sola. Se chiedessi alla libreria qualcuno di sicuro mi porterebbe dritta all’aeroporto, Ma no, non mi pare il caso.

Cerchiamo un autobus, ci sarà un autobus in sto cazzo di paese.

 

Scusi, la fermata dell’autobus, chiese ad un altro passante.

In fondo alla strada, ma forse non ce ne sono più.

 

Che palle, non c’è proprio niente qui.

 

Farian cammina a caso per il paese in attesa di una qualche idea su come sparire di lì. La soluzione era semplice, forse troppo semplice, a lei le cose semplici non piacevano, amava complicarsele, per sentire più sollievo nell’averle affrontate e dominate. Farian era una dominatrice della vita, della sua e di quella degli altri. E forza di dominare era finito per non avere più niente da dominare, se non se stessa e il suo stesso essere dominante.

 

In lontananza legge la scritta "Gran Hotel Italia".

Almeno quello ce l’hanno, pensa, e così, senza esitare, vi si dirige.

 

                                                            



Voyeur - Capitolo 1 - Parte 1 di 2

08:42 PM, Saturday 25 November 2006 .. Posted in Romanzo : Voyeur .. 0 commenti .. Link

 

                                         

 

A microfono spento Farian fa un sospiro di sollievo. Anche quella fastidiosa e inutile serata era conclusa.

Grazie di tutto professoressa, le disse una sorridente e tenera ragazza, che aveva appena concluso di moderare l’incontro.

Grazie a voi per avermi invitata, risponde lei, ricambiando sorriso e gentilezza.

Raccoglie i suoi fogli e la valigetta di pelle nera quando un gruppetto di ammiratori la sopraggiungono chiedendole un suo autografo sul libro appena acquistato.

Per favore una dedica professoressa, dice uno.

Certo, risponde lei, e comincia una di quelle frasi di circostanza, la sola ed unica frase raccolta dal manuale delle frasi di una donna ad uno sconosciuto.

Mentre scrive gli viene in mente che davanti a tutta quella gente lei era l’unica a non conoscere niente e nessuno, mentre al contrario ciascuno di loro, per mezzo della magia della carta, sapeva tutto di lei.

 

                                                           

 

Cominciò a sentirsi in imbarazzo, come nuda, spogliata pagina per pagina dai suoi lettori.

Per loro ecco in persona l’artefice della magia, di quelle ore passate virtualmente assieme a lei vivendo attraverso le sue parole, quei momenti un po’ casuali che scorrono dentro e lasciano il segno. Loro l’avevano conosciuta chi da poco tempo, chi dagli inizi della sua carriera, chi in quel momento. Loro sentivano di avere con lei una relazione di qualche tipo, mentale, sessuale, spirituale, qualcosa di molto più di una frase si di un libro e una stretta di mano.

Davanti a loro c’era una donna, poco più che quarantenne, bella e affascinante; solo una donna come tante altre che si vedono di passaggio una volta per caso nella vita, ignorando delle reciproche esistenze.

Dinnanzi a loro dunque solo una donna e un complesso ideale accostamento tra quel volto timido e imbarazzato e quel marasma variopinto di parole, di nudità velata, di emozioni, di suggestione. In quel preciso momento la carta aveva finalmente un volto oltre che un nome in prima pagina. Ma era poi così importante dare un volto a tutto questo?

Il suo nome, chiese lei, Josè, risponde un ragazzo.

Compila l’ennesima pagina bianca, inserita appositamente dagli scaltri editori, la pagina inutile, che in un attimo vanifica quel rapporto delicato ed intenso che deve esistere e rimanere misterioso.                                                 

Grazie, disse lui contento. In fondo rimane sempre una gioia incontrare l’involucro di quella voce gentile che accoglie le sue letture, quella a cui sempre desideriamo dare un volto, che poi solamente disincanta, quella voce che alimenta quel vento caldo, quel respiro tranquillo, quell’aurea magica e perfetta attraverso il corpo e la mente.

Ora rimane una frase, una firma, un viso fugace, un dolce ricordo, un libro, decine di pagine, e poi di nuovo quella graziosa vocina narrante.

 

                                                         

 

In tutto questo lei era come smarrita, forse un po’ consapevole che quell’incontro toglieva quel velo di atmosfera, di vicinanza intellettuale, di scambio di emozioni. Quell’incontro era un ossimoro. Generava un solco, una separazione che proprio la distanza aveva unito cerebralmente.

Forse la magia, l’essenza stessa delle cose dette, lette e scritte, appartiene alle cose non-materiali, non-corporali, alle non-cose. Ossimoro. Mistificazione.

Lei sa tutto. E rimane nel suo imbarazzo consapevole, sperando di scacciare quella fastidiosa coscienza che appesantiva di molto le situazioni più delicate. Intanto di tutto questo marasma nessuno pareva accorgersene.

Farian si ritrovava in una piccola libreria di provincia, senza più le sue vesti, nuda e pura, così com’è.

Dentro la sua stanza, Farian è tutto quello che poi si perde nelle cose materiali. Ed ora mostra le sue nudità, facendone addirittura un business, una banderuola da sventolare.

Ad uno ad uno incontra gli occhi dei suoi lettori, sentendosi addosso una colpa che non ha, una sorta di pentimento, l’aver rotto un incantesimo, un rapporto nascosto, tacito, a distanza, una distanza infinita, un amore non corrisposto. Lei fa l’amore con le sue parole. Loro con le sue nudità. Il tutto attraverso una forma più o meno tacita e inconsapevole.

 Ecco dileguarsi i suoi voyeur, felici e contenti, lasciandosi per un attimo sfuggire il motivo della contentezza che il lettore prova nel possedere una firma senz’anima su di un libro a cui l’anima è stata ispezionata, centimetro dopo centimetro, posseduta, assaporata. Forse il piacere di un ricordo ha una valenza importante.

Forse l’avere un’ulteriore rapporto personale, in via del tutto esclusivo, può esplicare queste motivazioni.

 

                                                                    

 

In tutta la distanza che separa gli uni dagli altri c’è una tacita e consapevole comprensione ed incomprensione, mescolati tutt’uno in una poltiglia mista che comprende entrambi gli ingredienti in ogni occasione.

 

Avrei preferito essere altrove stasera, pensava, anche se tutto, la sua vita, il suo tempo, le sue relazioni, tutto faceva parte di quel mestiere, quello della scrittrice, che lei stessa si era scelto. E ben presto aveva capito che scrivere era la cosa più semplice nella lunga filiera del mestiere della scrittrice.

Quella sera avrebbe potuto ricucire i rapporti sempre più logori e disastrosi con Maximo, suo marito, o magari avrebbe potuto farsi scaldare tra le braccia di Alfonso, suo amico di letto, o molto più semplicemente avrebbe potuto godersi il sollievo della sua poltrona davanti alla televisione con una tazza di caffè.

Farian aveva bisogno di equilibrio, ma tutto, proprio tutto di lei e della sua vita sembrava viaggiare su delle linee sottili senza direzioni e intermittenti.

Non aveva avuto molti giorni liberi dall’uscita del suo libro e la casa editrice le aveva riempito l’agenda di quei noiosi ed imbarazzanti incontri sparsi per la nazione. Aveva bisogno di staccare quel procedere in quella caotica e sadica follia ragionata che la rinchiudeva in un tunnel di viaggi, folle, strette di mano, dediche, firme, imbarazzi continui.

 

                                                    

 



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