Scrittura Virtuale | |
Microcosmo - parte 2 di 3
In quel bar chiamato microcosmo lui rimaneva seduto ed aspettava. Uno spunto, un’aspirazione, qualcosa. Arrivava, ma la perdeva prima di poterla raccogliere. Scrisse solamente la parola “Ringo” sul tacquino. Sorseggiava la solita limonata. Ne andava pazzo. Accanto a lui due vecchi discutevano animatamente di calcio. In quel bar chiamato microcosmo tutti ascoltavano ed intervenivano alla discussione, come in quelle trasmissioni di Biscardi in tv, dove tutti parlano contemporaneamente, e non si capisce nulla. Lui si divertiva osservare i volti di quei teatranti che si fingevano esperti di calcio. Quando si parla di calcio ogni uomo ha la sua ricetta, la sua formula magica, la sua sentenza, una saccenza infinita, una cosa sentita col cuore. L’Italia ha appena vinto i mondiali di calcio. Una vittoria inattesa, bellissima. La gente ha bisogno di emozioni, rievocando il calcio di un tempo, e respirando quello di oggi. I caroselli nelle strade con le bandiere. Si fa baldoria. L’italia è campione del mondo. Per una volta non c’è un solito motivo per dire male della propria nazionale di calcio. Bravi tutti, bravi ragazzi, accolti in Italia come eroi nazionali. Tutti bevevano festeggiando assieme. Non accadeva da ventiquattro anni che l’Italia vincesse i mondiali di calcio.
Il Torino era appena tornato in serie A. I nostalgici del vecchio Grande Torino del Filadelfia si emozionano ancora quando il giovane e piccolo Torino si prende le sue piccole vittorie. Ogni cosa si misura con la sua storia, e ha una particolare dimensione. La Juventus era appena stata squalificata e retrocessa in serie B per illecito sportivo. Aveva in qualche modo truccato il campionato per vincere. Chi vince vuole sempre vincere, a tutti i costi. Si sfottevano torinisti e juventini, uniti sotto la nazionale, ma acerrimi nemici e cultori dell’antica rivalità cittadina. Lui sorrideva. Gli piaceva il calcio, eccome, e soprattuto il tifo del calcio. Annotò sul tacquino “tifosi di calcio”. In quel bar chiamato microcosmo le conversazioni futili erano necessarie, anzi, fondamentali. Lui pensava che l’abitudine alle cose futili ci aveva reso troppo schiavi delle cose futili. Anche questo lo scrisse subito sul tacquino. Ogni giorno lui era lì, con la sua limonata ed il suo tacquino. In quel bar chiamato microcosmo c’era anche lui, un uomo in attesa, che si faceva occhi ed orecchie ed attendeva. Tutti quanti aspettano sempre qualcosa. Un amore, un treno, un appuntamento, la fortuna, i tempi giusti, l’età giusta, la grande occasione. C’è sempre un motivo per aspettare qualcosa o qualcuno. A volte l’attesa non si rivelava del tutto vana, e del suo tacquino fece memorabili scritti. E quel bar chiamato microcosmo era la sua fonte.
Perchè secondo lui tutto ha un fascino, una bellezza da raccontare. Bisogna saperle vedere nel grande caos nel quale siamo immersi e raccoglierle. Lui si proponeva come contadino di storie, che seminava, aspettava, e poi raccoglieva le cose belle del mondo, i frutti di quel microcosmo. Una volta aveva scritto che le cose non possono essere viste da tutti con gli stessi occhi. Ognuno ha la sua prospettiva.
E lui attraverso quella prospettiva cercava di dare un senso a quel microcosmo, di raccontare una vita che esiste, futile, banale, semplice, come semplice è tutto ciò che ci circonda. E’ l’uomo che complica, agghinda di merletti, snatura tutto dal suo essere in realtà semplice, e a furia di imbellettare finisce per creare un mostro che non ha più un senso. Lui vedeva l’essenza delle cose, e l’appuntava. Nel frattempo la solita gente entrava ed usciva dal solito bar. Ogni bar ha la sua clientela, le sue storie, il suo microcosmo, con i suoi personaggi. Quindi chiuse il tacquino, pagò la limonata ed uscì a fare due passi.
(Prossima puntata la terza parte)
Microcosmo - parte 1 di 3
Aspettava l’ennesimo parto al solito bar del centro, come per una sorta di scaramanzia, come se davvero il ripetere certe azioni potesse influire l’andamento delle cose. Sapeva bene che non era così. Diceva che era divertente essere scaramantici. E creduloni.Ti fa fare cose stupide, che normalmente non faresti mai. Certi gesti, certi atteggiamenti, persino il modo di vestire o degli accessori. Tutto era in scena, come una rievocazione di un momento in cui una volta era andato per il verso giusto. C’è bisogno di evocare, meglio, rievocare. C’è bisogno di suggestione. Lui ne aveva tanto, tanto bisogno. E si attaccava alla scaramanzia. Il solito bar del centro di giorno era molto affollato, normalmente dalla solita gente. Ed in quel bar chiamato microcosmo si inscenavano azioni quotidiane, recitavano personaggi. In quel bar c’era un mondo che viveva, nelle sue essenzialità, futilità, semplicità. Lui osservava divertito. Osservando la vita sentiva la vita stessa scorrergli dentro, e aspettava la sua gestazione. Osservava Ringo entrare con l’aria affranta, di primo mattino, dopo aver vagato la notte passata sbraitando a voce alta nel silenzio. Come una lotta tra se e se, le due facce della stessa medaglia a confronto.
Ringo sembrava un uomo solo. Parlava da solo, ed in quel bar si presentava sempre da solo. Vedeva Ringo sempre ubriaco, o al massimo molto molto alticcio, in qualunque ora della giornata.Quella mattina, come al solito, Ringo era al bar. Non sembrava ubriaco, nemmeno alticcio. Sembrava uno qualunque, sulla sessanta, col volto ancora corrucciato dal recente risveglio.Ringo non parlava ancora, strano. A lui sarebbe piaciuto molto chiacchierare con Ringo in quei rari momenti di normalità, o apparente normalità. Forse era quella la sua stranezza. Più volte aveva già parlato con lui, nella sua normalità o stranezza, per quanto si possa definire parlare una conversazione con un ubriaco. Ringo di solito parlava da solo, ma opportunamente interpellato tirava fuori numeri da circo. Sapeva sbalordire quando recitava tutte le capitali del mondo a memoria, come in una sorta di gioco a premi. Uno gli chiedeva la capitale della Giamaica, e lui rispondeva Kingston; poi incarognito uno passava al difficile, Botswana, Guinea, Suriname, ma lui niente, rispondeva a tutto, Gaborone, Conakry, Paramaribo, come una sorta di genio nascosto. Ma avrebbe voluto parlare a lungo con Ringo, di lui, della sua persona, non delle solite cose di cui ci circondiamo. Forse è proprio per fuggire dalla sua persona che ogni giorno si conciava in quel modo. Ma quella mattina Ringo era lì e sembrava un altro. Forse era troppo triste. Come risvegliato da un bel sogno, catapultato a terra dopo un lungo e bellissimo volo. Lui lo osservava. Ringo aveva il solito cappello nero, da cow-boy. Per quello era chiamato Ringo, come il famoso pistolero dei film. Lui stesso, nelle sue quotidiane performance, si definiva Ringo, il pistolero Ringo. Era lì, seduto, preoccupato, assonnato, incazzato con qualcuno, forse con tutti. Quindi ordinò un doppio wishky liscio che tirò giù in un unico e breve sorso. Da quel momento Ringo era in scena, non più come un vecchino anonimo con i suoi problemi, ma come Ringo il pistolero. Pagò ed uscì.
(a breve la seconda parte)
Ogni giorno
Ogni giorno è una scoperta che vale la pena fare, fino all'ultimo istante prima di cadere tra le braccia di Orfeo. Ogni giorno è un cambiamento, di qualcuno, di qualcosa, in modo apparentemente impercettibile. Ogni giorno è la promessa di un cambiamento. Ogni giorno è un' attesa, di un evento, di un scintilla scatenante, di un segno che faccia smuovere le cose. Molte volte il segno c'è e non si vede. Ogni giorno è un giorno speciale, dove poter scoprire qualcosa di se stessi e degli altri. Ogni giorno è il ricordo che avanza in modo sempre più fragile. Ogni giorno sogno un giorno che non so come dovrà essere, perchè non esiste giorno che produca cambiamenti o che determina gli eventi. Ogni giorno odio e amo le cose che mi circondano. Sono effimere come tutto il resto, e quel che rimane e girare e girare e girare con quello che c'è. Ogni giorno penso che prima o poi ci sarà il fatidico giorno. Nella vita si contano sulle dita di una mano. Forse in realtà tutti i giorni sono fatidici, come il passo di un maratoneta all'inizio di una lunga maratona. Passo dopo passo, è sempre un passo a determinare le cose. Ci si ricorda del prima e dell'ultimo. Ma è tutto il mezzo che conta. Ogni giorno è un immenso e lungo e grandioso e noioso e faticoso marasma. Ogni giorno è quel mezzo che sembra sempre vano tra due strette. Ogni giorno è una rivelazione, è un ritrovare, un ritrovarsi. Ogni giorno è un giorno nuovo, un pò uguale, un pò diverso, che a volte ritorna. Ogni giorno è un'emozione da raccontare. Nessuno si sofferma a raccontare le cose. O forse nessuno ha più voglia di ascltarle. Ogni giorno è un piccolo giro di giostra che sembra non finire mai. Ogni giorno è un bene prezioso che per abbondanza lasciamo scivolare nell'oblio dietro di noi. Ogni giorno mi lascio andare nei vizi degli essere umani. Poi sorrido, e penso alle cose che ci fanno sentire male e stare bene, che ci fanno essere tanto buffi. Ogni giorno vedo tanta gente che non si pone nulla nei confronti della vita. Penso sia la sofferenza più grande per un individuo. La volonbtà di un cambiamento, il desiderio di un cambiamento, lo sforzo di un cambiamento. Ogni giorno sento la lentezza degli individui nel pensiero, nell'azione, nel cambiare, nel determinare. Ogni giorno è un macigno passivo o un'ala leggera. Ogni giorno passano tanti treni, veloci, più veloci del mio tempo. Ognuno ha il suo tempo. Vorrei essere veloce come il tempo che passa. Ogni giorno è una grande buffonata di teatranti, di carrozzoni che si muovono, di passanti che passano, di luci che si accendono e si spengono, di odio e amore, di mille colori, di grandi emozioni. Ogni giorno è il primo dei giorni rimanenti della mia vita. Ogni giorno non è una cosa seria. Viviamolo con un grande sorriso.
Incipit
08:28 PM, Friday 10 November 2006
.. 1 commenti
.. Link
Miei cari lettori, mettiamo un qualunque tizio a davanti ad una pagina bianca. C’è un pò di disagio e quel blocco emotivo che tiene a lungo banco tra pensieri e correzioni. Gli inizi sono sempre difficili e particolari. Entusiasmo, timore, tanti buoni propositi, disegni nella mente che a contatto con le cose vere si tramuteranno in chissà che altro. Dopo aver consumato migliaia e migliaia di pagine, col complesso della pagina bianca e quello del presunto lettore, ho deciso di prendere una strada nuova. Cambio pagina. Ma questa volta non ne trovo una bianca. Trovo uno schermo ed un mondo infinito potenzialmente raggiungibile. Niente più tipografia, niente più concorsi letterari, niente più editore, niente più “le faremo sapere”. Sotto questa nuova dimensione ho deciso di iniziare un percorso che mi possa portare ad essere nel web uno scrittore virtuale. Certo il fascino della carta è qualcosa che mancherà, ma bisogna attenersi ai tempi. Se avessi scritto solo una piccola parte di tutte le cose che ogni giorno, spesso nei momenti più incredibili, mi capita di pensare, oggi avrei una biblioteca intera scritta da me. Pensa che la cosa valga per tanti. C’è bisogno di salvare le idee, le fantasie, e quello che normalmente va perduto. La scrittura è un’arma strana; non si sa mai chi la impugna e verso chi è diretta. Eppure genera un rapporto intimo tra scrittore e lettore che lentamente va perdendosi. Eppure si scrivono tanti libri. Cominciamo così, come si fa di solito, con un intro da parte dell’autore. L’intro di tutti gli intro che ci saranno. Sarò un romanzo, sarò un saggio, sarò un racconto, sarò poesia, o sarò l’ennesimo proclama senza seguito. Poi raccoglierò tutto, e chi lo sa.....sarò anch’io un libro.
{ Last Page } { Page 2 of 2 } { Next Page } |
About MeIl mio profilo Archivi Amici Album fotografico LinksIl cinema fatto da meDiario del film ISOLE WebTv Coffè Please CategorieRomanzo : VoyeurRacconti: Labirinto di spettri Le voci di dentro racconti_microcosmo Contenuti recentiCerte CoseRingo Voyeur - Capitolo 1 - seconda e ultima parte Voyeur - Capitolo 1 - Parte 1 di 2 Microcosmo - terza e ultima parte AmiciStatistiche |