Scrittura Virtuale

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Microcosmo - terza e ultima parte

04:38 AM, Monday 20 November 2006 .. Posted in racconti_microcosmo .. 2 commenti .. Link

 

Sorrideva, perchè pensava che anche lui faceva parte, a modo suo, di quella schiera di personaggi di quel bar chiamato microcosmo. Immaginava un altro, fare di lui un personaggio, un quotidiano attore, visto dagli occhi di un’osservatore che osserva i suoi movimenti, i suoi vezzi, le sue abitudini, come lui faceva con Ringo e con tutti gli altri. Pensava a cosa potevano dire di lui.

 

                                                        

 

-Quello strano tizio, al solito tavolo, con la solita limonata, che guarda, scruta, origlia, scrive. Chissà cosa scrive. Chissà cosa diavolo scrive. Sarà per caso un poeta, uno scrittore, oppure un giornalista, o una spia. Può essere chiunque quel tipo lì.-

Lui era uno dei tanti, ed in fondo non gli importava chi potesse essere per loro. Lui ero uno di loro, uno di quei teatranti.

Passeggiava e pensava alla giornata. Quindi osservava i passanti. Pensava che fossero proprio belli i passanti nelle loro serene e quotidiane semplici azioni.

C’è il signore con la barba che taglia l’erba, il primo lunedi del mese ed ogni mercoledi annaffia i fiori colorati dentro le vasche del centro. C’è quello strano tizio seduto, che Lui vedeva ogni giorno, sempre lì, ad osservare compiaciuto  passare i passanti, come sovente anche a lui capitava di fare. Accanto quella vecchia e malconcia bicicletta. Ogni tanto boffonchia qualcosa da solo. Era sempre lì, lungo quella strada, ad occupare la solita panchina. Ad una qualunque ora Lui passasse di là lui era al suo posto, come se ogni giorno quell’attore inscenasse quella sua personalissima parte.

 

                                          

 

C’era il panettiere, il libraio, c’èra la vecchia con il carrellino della spesa che si dirige al mercato. Ci sono i ragazzini che transitano a gruppi felici e spensierati. Ci sono le auto, dannate auto, che passano e ripassano senza sosta. C’è il ronzio assordante dei motorini, la camionetta con l’inserviente che raccoglie l’immondizia.

Sembra una bella scena di un film, dove ogni comparsa è al suo posto a fare la sua singola e studiata parte. Una complessa composizione.

Anche quella strada era un microcosmo, differente da quello del bar, ma ugualmente interessante.

Si fermò ad una panchina e scrisse tutte queste cose sul suo tacquino.                                                    

La gente che passa pensa -chissa cosa scrive questo!!-.

Che impicciona la gente, così impegnata ad occuparsi delle cose altrui, e di tutto al di fuori che di se stessi.

Scrisse anche questo.

 

                                                           

 

La sera aprì il tacquino, come faceva ogni sera. Quel tacquino chiamato microcosmo, la visione innocente di un uomo attraverso una moltitudine infinita di microcosmi.

Rileggeva, rifletteva, aspettava il solito appuntamento. A volte arrivava, a volte no. Ma a lui non importava. Era contento così.

Nel frattempo beveva la sua limonata e si affacciava alla finestra, come ogni sera. Era bello guardare la notte, quello strano ed affascinante microcosmo notturno. Il silenzio, un respiro lento e gentile, sgombero dal peso ingombrante di presenze umane.

Ecco Ringo, da solo e, come al solito, ubriaco.

Imprecava contro qualcuno, o forse contro se stesso, o la parte di sè che in quel momento diventava un interlocutore distinto e distante. Era la sua parte. Uno dei personaggi di quei microcosmi racchiuso nel suo tacquino.

Lui sorrise amaramente, con un pò di pena.

Avrebbe voluto fare qualcosa per lui. Ma forse lui ero contento così. O forse Lui non aveva alcun diritto a fare qualcosa.

Era semplicemente spettatore, affacciato a quella finestra chiamato microcosmo. Osservando il cielo rivedeva inscenate le azioni quotidiane raccolte. Normalmente era quello il luogo degli appuntamenti. E Lui lì aspettava. Fantasticava, muoveva a suo piacimento quei suoi personaggi.

 

                                               

 

Poi a volte si soffermava davanti a quel tacquino e scriveva. L’appuntamento era andato a buon fine.

Anche lì, in quei momenti, accadeva qualcosa, come ogni giorno al solito bar e nella strada affollata del centro.

Tutto in fin dei conti è una moltitudine di microcosmi.

 Scrisse anche questo.

Nel frattempo tutto si congedava lentamente, fino all’arrivo del nuovo giorno.

Anche lui fece altrettanto.

Si chiedeva ogni volta se quella notte avrebbe sognato. Aspettava ogni notte. A volte arrivava, a volte no.

Si aspetta sempre qualcosa, che a volta arriva, e a volte no.

Forse siamo ad andare incontro fingendo un appuntamento che non esiste. Forse le attese, gli appuntamenti, sono solo un pretesto. Siamo noi ad andare incontro, ad entrare e ad uscire da ogni microcosmo, in rapida successione, senza quasi accorgersene.

Ma aspettiamo, lui aspettava, tutti aspettano sempre qualcosa. Si aspetta un inizio, una fine, un appuntamento, il giorno dopo. Si aspetta qualcosa che non si conosce nemmeno. Fa comodo aspettare. Ogni momento era un attesa, un parto che a volte arrivava e a volte no.

Anche Ringo aspettava qualcosa.

Ed è tutto come un balletto, un ennesimo giro di valzer, qualcosa di continuo e interminabile chiamato microcosmo. Dentro cui ogni cosa appartiene. Ogni singola cosa.

 

                                                            

 

 

 



Microcosmo - parte 2 di 3

03:47 PM, Friday 17 November 2006 .. Posted in racconti_microcosmo .. 0 commenti .. Link


In quel bar chiamato microcosmo lui rimaneva seduto ed aspettava. Uno spunto, un’aspirazione, qualcosa. Arrivava, ma la perdeva prima di poterla raccogliere.

Scrisse solamente la parola “Ringo” sul tacquino. Sorseggiava la solita limonata. Ne andava pazzo.

                                                                        

 

Accanto a lui due vecchi discutevano animatamente di calcio. In quel bar chiamato microcosmo tutti ascoltavano ed intervenivano alla discussione, come in quelle trasmissioni di Biscardi in tv, dove tutti parlano contemporaneamente, e non si capisce nulla.

Lui si divertiva osservare i volti di quei teatranti che si fingevano esperti di calcio. Quando si parla di calcio ogni uomo ha la sua ricetta, la sua formula magica, la sua sentenza, una saccenza infinita, una cosa sentita col cuore.

L’Italia ha appena vinto i mondiali di calcio. Una vittoria inattesa, bellissima. La gente ha bisogno di emozioni, rievocando il calcio di un tempo, e respirando quello di oggi. I caroselli nelle strade con le bandiere. Si fa baldoria. L’italia è campione del mondo. Per una volta non c’è un solito motivo per dire male della propria nazionale di calcio. Bravi tutti, bravi ragazzi, accolti in Italia come eroi nazionali. Tutti bevevano festeggiando assieme. Non accadeva da ventiquattro anni che l’Italia vincesse i mondiali di calcio.

 

                                                                       

 

Il Torino era appena tornato in serie A. I nostalgici del vecchio Grande Torino del Filadelfia si emozionano ancora quando il giovane e piccolo Torino si prende le sue piccole vittorie. Ogni cosa si misura con la sua storia, e ha una particolare dimensione.

La Juventus era appena stata squalificata e retrocessa in serie B per illecito sportivo. Aveva in qualche modo truccato il campionato per vincere. Chi vince vuole sempre vincere, a tutti i costi.

Si sfottevano torinisti e juventini, uniti sotto la nazionale, ma acerrimi nemici e cultori dell’antica rivalità cittadina.

Lui sorrideva. Gli piaceva il calcio, eccome, e soprattuto il tifo del calcio.

Annotò sul tacquino “tifosi di calcio”.                                                                       

 

In quel bar chiamato microcosmo le conversazioni futili erano necessarie, anzi, fondamentali.

Lui pensava che l’abitudine alle cose futili ci aveva reso troppo schiavi delle cose futili.

Anche questo lo scrisse subito sul tacquino.

Ogni giorno lui era lì, con la sua limonata ed il suo tacquino. In quel bar chiamato microcosmo c’era anche lui, un uomo in attesa, che si faceva occhi ed orecchie ed attendeva. Tutti quanti aspettano sempre qualcosa.

Un amore, un treno, un appuntamento, la fortuna, i tempi giusti, l’età giusta, la grande occasione. C’è sempre un motivo per aspettare qualcosa o qualcuno.

A volte l’attesa non si rivelava del tutto vana, e del suo tacquino fece memorabili scritti. E quel bar chiamato microcosmo era la sua fonte.

 

                                                                             

 

Perchè secondo lui tutto ha un fascino, una bellezza da raccontare. Bisogna saperle vedere nel grande caos nel quale siamo immersi e raccoglierle. Lui si proponeva come contadino di storie, che seminava, aspettava, e poi raccoglieva le cose belle del mondo, i frutti di quel microcosmo.

Una volta aveva scritto che le cose non possono essere viste da tutti con gli stessi occhi. Ognuno ha la sua prospettiva.

E lui attraverso quella prospettiva cercava di dare un senso a quel microcosmo, di raccontare una vita che esiste, futile, banale, semplice, come semplice è tutto ciò che ci circonda. E’ l’uomo che complica, agghinda di merletti, snatura tutto dal suo essere in realtà semplice, e a furia di imbellettare finisce per creare un mostro che non ha più un senso. Lui vedeva l’essenza delle cose, e l’appuntava.

Nel frattempo la solita gente entrava ed usciva dal solito bar. Ogni bar ha la sua clientela, le sue storie, il suo microcosmo, con i suoi personaggi.

Quindi chiuse il tacquino, pagò la limonata ed uscì a fare due passi.

 

                                                                       

 

                                                           (Prossima puntata la terza parte)

 




Microcosmo - parte 1 di 3

06:47 AM, Tuesday 14 November 2006 .. Posted in racconti_microcosmo .. 1 commenti .. Link

                                           

                                                                     

 

Aspettava l’ennesimo parto al solito bar del centro, come per una sorta di scaramanzia, come se davvero il ripetere certe azioni potesse influire l’andamento delle cose.

Sapeva bene che non era così. Diceva che era divertente essere scaramantici. E creduloni.Ti fa fare cose stupide, che normalmente non faresti mai. Certi gesti, certi atteggiamenti, persino il modo di vestire o degli accessori. Tutto era in scena, come una rievocazione di un momento in cui una volta era andato per il verso giusto. C’è bisogno di evocare, meglio, rievocare. C’è bisogno di suggestione.

Lui ne aveva tanto, tanto bisogno. E si attaccava alla scaramanzia.

Il solito bar del centro di giorno era molto affollato, normalmente dalla solita gente.

 

Ed in quel bar chiamato microcosmo si inscenavano azioni quotidiane, recitavano personaggi. In quel bar c’era un mondo che viveva, nelle sue essenzialità, futilità, semplicità.

Lui osservava divertito. Osservando la vita sentiva la vita stessa scorrergli dentro, e aspettava la sua gestazione.

Osservava Ringo entrare con l’aria affranta, di primo mattino, dopo aver vagato la notte passata sbraitando a voce alta nel silenzio. Come una lotta tra se e se, le due facce della stessa medaglia a confronto.

                                                                   

                                                                      

Ringo sembrava un uomo solo. Parlava da solo, ed in quel bar si presentava sempre da solo. Vedeva Ringo sempre ubriaco, o al massimo molto molto alticcio, in qualunque ora della giornata.Quella mattina, come al solito, Ringo era al bar.

Non sembrava ubriaco, nemmeno alticcio.

Sembrava uno qualunque, sulla sessanta, col volto ancora corrucciato dal recente risveglio.Ringo non parlava ancora, strano.

A lui sarebbe piaciuto molto chiacchierare con Ringo in quei rari momenti di normalità, o apparente normalità. Forse era quella la sua stranezza.

Più volte aveva già parlato con lui, nella sua normalità o stranezza, per quanto si possa definire parlare una conversazione con un ubriaco.

Ringo di solito parlava da solo, ma opportunamente interpellato tirava fuori numeri da circo.

Sapeva sbalordire quando recitava tutte le capitali del mondo a memoria, come in una sorta di gioco a premi. Uno gli chiedeva la capitale della  Giamaica, e lui rispondeva Kingston; poi incarognito uno passava al difficile, Botswana, Guinea, Suriname, ma lui niente, rispondeva a tutto, Gaborone, Conakry, Paramaribo, come una sorta di genio nascosto.

Ma avrebbe voluto parlare a lungo con Ringo, di lui, della sua persona, non delle solite cose di cui ci circondiamo. Forse è proprio per fuggire dalla sua persona che ogni giorno si conciava in quel modo.

                                                                       

Ma quella mattina Ringo era lì e sembrava un altro. Forse era troppo triste. Come risvegliato da un bel sogno, catapultato a terra dopo un lungo e bellissimo volo.

Lui lo osservava. Ringo aveva il solito cappello nero, da cow-boy. Per quello era chiamato Ringo, come il famoso pistolero dei film. Lui stesso, nelle sue quotidiane performance, si definiva Ringo, il pistolero Ringo.

Era lì, seduto, preoccupato, assonnato, incazzato con qualcuno, forse con tutti.

Quindi ordinò un doppio wishky liscio che tirò giù in un unico e breve sorso. Da quel momento Ringo era in scena, non più come un vecchino anonimo con i suoi problemi, ma come Ringo il pistolero. Pagò ed uscì.

 

(a breve la seconda parte)

                                                                                                                

 



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